08/11/2009, ore 13:48

Non ci crederete ma non sono stato una volta al cinema in tutta la settimana: a fermarmi è stata la febbre, che però non mi ha impedito di rivedere caterve di dvd per tutto il periodo della mia degenza. Visto che la lista è lunga, poche chiacchiere e diamoci dentro:

UN AMERICANO A ROMA (1954): La rassegna italo romana del mio cineforum privato è cominciata con un classico di Alberto Sordi: niente di meglio per farsi qualche risata mentre si è a letto con la febbre. Albertone fa il mattatore, il resto fa cornice. Devo dire che rivedendolo ho trovato un’insolita ma calzante somiglianza tra il finale di questo film e il finale di “Arancia Meccanica” di Kubrick… Buttateci un occhio e ditemi se non ho ragione.

IL MARITO (1958): Altro film di Albertone molto meno celebre rispetto al precedente, ma divertentissimo. Si ride davvero di gusto, inoltre la Roma vince il derby… Questo va recuperato, è veramente spassoso, non si ferma mai e ci sono delle battute fulminanti.

IL MARCHESE DEL GRILLO (1981): Mario Monicelli e Alberto Sordi insieme fanno sempre scintille, il sor Marchese qui non è da meno. Troppe le scene memorabili, gli scherzi (il vespasiano a via dei Banchi Vecchi, Aronne Piperno, Gasperino il carbonaro…), un insieme di gag che raccontano con ironia la Roma papale, un altro grande classico di Sordi. E come dimenticare la battuta: «mi dispiace ma io so io, e voi non siete un cazzo!».

UN SACCO BELLO (1980): Primo film di Carlo Verdone, forse il più bello di tutta la sua carriera (c’è anche lo zampino di Sergio Leone, produttore). Roma a Ferragosto e la vitalità dei suoi personaggi, ben sei interpretati dallo stesso Verdone, più un Mario Brega in uno dei ruoli più indimenticabili («anagoli de che ao!»). Un capolavoro della commedia italiana, e poi c’è Marisol..!

ROMANZO CRIMINALE (2005): Uno dei migliori film italiani degli anni 2000, un film diverso da quelli che solitamente si girano da noi, con un cast di grande qualità e personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario cinematografico italiano: Libano, Freddo, Dandi, ovvero il Cattivo, il Cattivo, il Cattivo. C’era una volta in Italia…

IL BUIO OLTRE LA SIEPE (1962): Amo questo film, per il suo modo di raccontarsi, di raccontare, di mostrare i suoi bellissimi personaggi. Uno di quei film che rivedo sempre con grande piacere, con il miglior Gregory Peck di sempre, probabilmente. Si tratta di un capolavoro, così come il libro di Harper Lee, da recuperare.

MICA SCEMA LA RAGAZZA (1972): Film di François Truffaut trovato qualche tempo fa in una bancarella a 5 euro. Mi mancava, non l’avevo mai visto, e come al solito è un film molto frivolo, leggero, simpatico, con la solita impronta di Truffaut. Molto carino, non è di certo tra i suoi film più riusciti, ma senza dubbio vale il tempo speso per guardarlo, la storia è divertente e, come dire, ha una certa classe.

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Lessio


06/11/2009, ore 14:35

Dopo il buon successo ottenuto al Festival di Roma, “Marpiccolo” arriva anche in sala, sei anni dopo l’ultima fatica cinematografica di Alessandro di Robilant (il noioso “Per Sempre”, scritto da Costanzo, reputato un brutto film persino dai suoi attori). Il regista italo svizzero torna finalmente al genere per il quale sembra essere più ispirato, il film di denuncia sociale, realizzando un film intelligente, in grado di raccontare una delle tante realtà del Sud Italia, in questo caso di Taranto, che non sembra così diversa dalla Napoli vista in tanti film (e purtroppo reale), mostrando come i problemi italiani non siano tutti relegati nel capoluogo campano.

Tiziano è un adolescente afflitto dal cosiddetto male di vivere: la sua famiglia riesce a malapena a sbarcare il lunario, motivo per cui la delinquenza del ragazzo diventa quasi una necessità, più che un modo comodo di aggirare i problemi. Tiziano lavora per il giovane boss di quartiere, ritrovandosi ben presto nelle sabbie mobili della criminalità, nelle quali più ci si muove e ci si affanna e più ci si ritrova invischiati. Ma non è mai troppo tardi per ritrovare una nuova strada, basta provarci.

Taranto è la cornice ideale per la storia: a metà strada tra il patrimonio artistico della città e le sue fabbriche di acciaio (che producono addirittura il 10% dell’inquinamento europeo), ambientazione ideale per la storia di Tiziano, ragazzo intelligente ma frustrato, arrabbiato con una vita che per forza di cose gli va stretta. Robilant è bravo nel rendere credibile il tutto, pescando un protagonista eccellente (Giulio Beranek, bravissimo), e circondandolo con buonissimi comprimari (l’emergente Michele Riondino, che ormai sembra essersi abbonato a questo tipo di film, senza dimenticare il sempreverde Giorgio Colangeli). Un film fatto di scelte difficili, ognuna delle quali porta in una direzione che non è mai difficile prevedere, ma al di fuori dal mar piccolo dove sguazza la vita del protagonista, c’è un oceano di possibilità e di speranza.

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Lessio


01/11/2009, ore 13:40

Eccomi di nuovo qui, dopo le fatiche del Festival di Roma. Penso che dopo un festival del cinema abbiano tutti bisogno di una settimana senza film per disintossicarsi e ricominciare, ma questo ovviamente non vale per il sottoscritto. Dopo aver visto 26 film durante la rassegna romana sono caparbiamente tornato in sala per la gioia vostra e dell’intero mondo. Ben ritrovati.

LO SPAZIO BIANCO (2009): Mi aspettavo sinceramente di meglio dal film della Comencini; certo, Margherita Buy è come sempre molto brava e l’ambientazione napoletana giova al film, ma è tutto un’attesa infinita, succede ben poco e alla fine si lascia la sala come se niente fosse, come quando durante una conversazione un rumore spezza per un momento il discorso, e subito dopo si torna a parlare. Ecco, il film è come quel rumore, distrae per un attimo e un momento dopo l’hai già dimenticato.

IL NASTRO BIANCO (2009): Haneke non ha bisogno di uno spazio bianco, ha bisogno soltanto di un nastro per realizzare un capolavoro, e così è. La fotografia è meravigliosa, sembra un film di Bergman (ma questo ormai l’hanno detto già tutti), il film si nutre dietro i silenzi angoscianti, le parole non dette, le punizioni fuori campo, i semi di quella generazione che porterà al nazismo. Haneke, vincitore a Cannes, riesce a parlare di una società prendendo come esempio il microcosmo un piccolo paese tedesco dei primi anni 10. Immenso.

LEBANON (2009): Ha vinto il Festival di Venezia, motivo più che valido per andare al cinema a vederlo. Mi è piaciuto davvero molto, si tratta di un film di guerra ambientato all’interno di un carro armato, in cui i soldati non sono guerrieri ma semplici uomini, spaventatissimi, preoccupati, indignati (tra cui un comandante che non sa comandare e un soldato che non vuole sparare). La guerra attraverso un mirino, la guerra negli occhi di uomini che non vogliono combattere. Da applausi.

MARPICCOLO (2009): Presentato al Festival di Roma, in sala la settimana prossima. Film di De Robilant (lo ricordiamo per il noioso “Per Sempre”) più che apprezzabile, un viaggio nella delinquenza e nel disagio di un giovane, costretto alla criminalità da una vita troppo stretta per lui. Il contesto tarantino è originale e perfetto per gli interessi della storia, il film funziona, e nonostante alcune pause mantiene comunque sempre alto il ritmo della vicenda. Dai, ci è piaciuto.

CAPITALISM: A LOVE STORY (2009): Uscendo dalla sala pensavo che se si mettessero insieme tutti i film di Michael Moore risulterebbe un’immagine degli Stati Uniti veramente pessima, ma alla fine molto più realistica rispetto a quello che ci viene mostrato attraverso, che ne so, Mtv, per dirne una. Le banche tengono gli americani per le palle, scusate l’immagine, ma non si potrebbe dire in termini migliori: il congresso degli States sembra un enorme consiglio d’amministrazione di una banca, e a rimetterci sono sempre e solo i cittadini, il popolo, truffato e mortificato dalla società degli interessi. Devo dire che preferisco “Zeitgeist” (lo trovate ovunque, anche su youtube, non perdetevelo), ma rispetto eterno per Michael Moore.

UP (2009): Ma che bellezza! La Pixar non finirà mai di abituarci a questi gioielli, qui sfodera un altro miracolo d’animazione rendendo credibile e meravigliosa una storia davvero assurda, tra case volanti, cani parlanti e struzzi in technicolor. Ma la grande emozione è nei minuti iniziali, dove in poche sequenze viene raccontata con semplicità la vita di una coppia di persone innamorate, dall’infanzia fino alla vecchiaia. Il protagonista è un anziano arzillo e un po’ rude come il Clint Eastwood di “Gran Torino”, e il suo viaggio “in the name of love” è semplicemente meraviglioso.

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Lessio


29/10/2009, ore 00:37

Il Festival di Roma si è concluso e ormai lo stiamo archiviando: per concludere, ecco alcune immagini salienti che ho scattato in questi dieci giorni, tra una proiezione e l'altra.


Meryl Streep


Meryl Streep e Mario Sesti


Joel e Ethan Coen


Maya Sansa e Alba Rohrwacher


Terry Gilliam


George Clooney


Blanca Romero


Incontro Tornatore-Muccino


Isabella Ragonese


Paz Vega


Christopher Lee


Standing Ovation per Meryl Streep


I vincitori


Sergio Castellitto


Helen Mirren


Red Carpet per Lessio

Lessio


26/10/2009, ore 17:32

Tre giorni dopo la conclusione della quarta edizione del Festival del Cinema di Roma i ricordi sono ancora caldi e ben saldi nella memoria di chi l’ha vissuto “day by day”. La nostra presenza all’Auditorium per circa 15 ore al giorno ci rende automaticamente tra i testimoni più autorevoli di ciò che è effettivamente stata questa edizione 2009 del Festival. Tra bizzarrie e stanchezza, risate e commozione, proteste e strette di mano, non sono mancate di certo molte cose che ricorderemo, così come non è mancato ciò che avremmo preferito non vedere…

Cominciamo da ciò che ci interessa maggiormente: il cinema. Perché in un festival cinematografico, quando si vanno a tirare le somme, alla fine ciò che resta davvero è la qualità delle pellicole e le emozioni che hanno suscitato. La selezione dei film in concorso è apparsa in linea di massima sufficiente, ma non eccezionale: ci siamo divertiti a dare i voti ad ogni pellicola in gara, e la media non arriva al 6,5 (per l’esattezza è 6,3), un po’ troppo poco per un Festival che quest’anno ha deciso di puntare più sulla qualità rispetto a nomi di grande richiamo (sempre a proposito dei film in concorso). La vittoria – meritata – di “Brotherhood” è apparsa fin troppo netta: nessun altra pellicola, per quanto bella o interessante, è sembrata in grado di poter minare la superiorità del film di Nicolo Donato. Un posto al sole lo riserviamo per “Dawson Isla 10”, un grande documento storico, più che un film (ma comunque bellissimo, con dei titoli di coda commoventi), il compagnone Jason Reitman di “Up in the air” (utopico pensare che il regista potesse bissare il successo di “Juno”) e la frenetica nottata raccontata da Alberto Rodriguez in “After”.
Benino i film italiani: “L’uomo che verrà” ha fatto incetta di premi, ha trovato il gradimento del pubblico grazie alla forza della sua storia (anche se è stato inevitabile paragonarlo al recente “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee), ma non è un film che aggiunge molto al genere. “Alza la testa” gode dell’interpretazione rabbiosa di Sergio Castellitto, Marc’Aurelio come migliore attore, ma come film perde convinzione strada facendo, dopo una prima parte emozionante. Un po’ come “Viola di mare”, che non è sembrato capace di mantenere il livello di interesse alto per tutta la sua durata.
In purgatorio l’atteso “The Last Station” il quale, nonostante un grande cast (Helen Mirren, Christopher Plummer, James McAvoy, Paul Giamatti), ha raccolto più sbadigli che applausi. Non male Tanovic (“Triage”), addirittura potente in alcune sequenze, ma incapace di trovare la marcia giusta per raggiungere vette più alte.

Diverso il discorso per quanto riguarda il resto del programma, che ha trovato picchi di grandissimo cinema: applausi unanimi e scroscianti per il gioiello di Radu Mihaileanu, “Le Concert”, una meravigliosa commedia che ha regalato risate e commozione (merito anche di Tchaikovsky, che fa sempre il suo bell’effetto). Ottimo colpo anche per quanto riguarda l’anteprima mondiale di “Parnassus”, l’atteso film di Terry Gilliam, uscito in sala a Festival concluso, così come si è dimostrata innegabilmente eccelsa l’anteprima di “A Serious Man” dei fratelli Coen.
I film più sorprendenti, non c’erano dubbi, sono usciti fuori dalla sezione curata da Mario Sesti, L’Altro Cinema/Extra, ormai divenuta una vera garanzia di cinema originale e mai banale, uno dei punti fermi del Festival di Roma, una delle basi sulle quali continuare. Tra i tanti non si può non citare il geniale “Simon Konianski”, il visionario e meraviglioso “Bunny and the bull”, lo stravagante e divertentissimo “Bancs Publics”, il misterioso ed esotico “Jyurioku Pierrot”, senza dimenticare la potenza dei documentari (su tutti “Sons of Cuba”).

Mettiamo da parte i film, oltre allo straordinario carisma di Meryl Streep (l’apice della storia del Festival di Roma, passato e futuro, secondo qualcuno): la mostra dedicata a Sergio Leone e la bellezza e la gentilezza delle hostess sono altri punti a favore della riuscita di questo Festival, ma non sono state tutte rose e fiori. La distribuzione degli orari è stata come sempre disumana: anche quest’anno le proiezioni stampa dei film in concorso sono state collocate, nell’arco della stessa giornata, dalle 9 di mattina fino alle 22, obbligando i giornalisti a dormire, nei casi migliori, cinque ore di sonno a notte… Altro tasto dolente riguarda le file per entrare in sala, secondo i più gestite davvero in modo superficiale: dall’incontro con la divina Meryl alle proiezioni minori, sono nate leggende metropolitane su episodi surreali sui quali sarebbe meglio concentrarsi in modo più deciso per migliorare le prossime edizioni. Concedeteci un’ultima frecciatina: alzi la mano chi non ne può più di quei “giornalisti” che gonfiano le conferenze stampa di domande sulla vita privata degli attori, mettendo totalmente in secondo piano il motivo per cui tutti noi siamo al Festival: il cinema.

Eccetto queste note dolenti, compresa la camicia con la quale si è presentato Terry Gilliam, la quarta edizione del Festival si può definire tutto sommato piuttosto riuscita: film mediamente buoni (con picchi altissimi in particolare con i film delle altre sezioni), incontri di grande spessore (e forse è passata un po’ troppo inosservata la suggestiva presenza di Milos Forman, presidente della giuria) e una bella atmosfera nella quale lavorare. Sull’organizzazione, a tratti un po’ stentata, bisogna aggiustare qualcosa. Per tutto il resto comunque, il  pollice è alto.

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Lessio


26/10/2009, ore 15:36

La Palma d’Oro dell’ultimo festival di Cannes finalmente sventola anche in Italia: che Haneke fosse un grande regista lo si intuiva già da tempo, ma che fosse in grado di firmare un’opera così magistrale e intensa non era un dato così certo. Sembra invece che il regista austriaco abbia deciso di alzare decisamente il livello della sua già onesta filmografia, offrendo un film lungo (145 minuti) ma mai pesante, misterioso e mai banale, concreto e mai superficiale, immortalandolo in un meraviglioso bianco e nero (applausi al direttore della fotografia Christian Berger) che condisce la pellicola di quell’autorialità che profuma di grande classico.

La vicenda si svolge in un piccolo villaggio della Germania, alla vigilia della Grande Guerra. La vita del villaggio viene smossa da una serie di strane vicende che non risparmiano nessuno: i bambini del coro, il maestro, il pastore, il medico, l’intendente, il barone, la levatrice e i contadini. Nessuno sembra davvero innocente, nessuno sembra totalmente colpevole: gli occhi del maestro e la sua voce fuoricampo ci conducono per mano attraverso un piccolo e anonimo villaggio tedesco nell’anno che precedette la prima guerra mondiale.

Grandi silenzi condiscono le strepitose immagini di Haneke (ogni inquadratura sembra essere una fotografia d’epoca): i bambini ci guardano, direbbe il nostro Vittorio De Sica, ci giudicano, ma sono anche in grado di punire? Non è questo ciò che interessa davvero il regista, bensì la rigida e punitiva educazione che gli adulti del villaggio infliggono alla loro progenie, quella generazione che un paio di decenni dopo infliggerà al mondo la sua creatura più mostruosa: il nazismo.

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Lessio


25/10/2009, ore 15:39

Tre cuori di plastica che lampeggiano nell’oscurità di una discoteca. Luci blu, viola, verdi si alternano sullo sfondo, mentre in primo piano due uomini e una splendida ragazza si sfiorano e si baciano, rinnovando la loro promessa di amicizia eterna. La sensibilità artistica di Alberto Rodriguez (uno sconosciuto qui da noi, ma piuttosto celebre in patria con il precedente “7 Virgenes”) si mette al servizio della storia: fuga dalla solitudine di tre vecchi amici riuniti per una notte di eccessi, bagnata dal sudore e dall’alcol, dalla voglia di sfuggire ad una vita che sta scivolando dal loro controllo di trentenni in cerca di sicurezze.

Ana, Julio e Manuel: tre amici di vecchia data che decidono di rivedersi dopo tanto tempo, per stare un po’ insieme e rivivere i bei momenti del loro passato. Una cena al ristorante, una serata apparentemente tranquilla che lentamente sfocia nella notte degli eccessi: cocaina, alcol e un giro di locali notturni, dove i tre protagonisti cercano di scrollarsi di dosso il grigiore del loro quotidiano: Ana, oggetto del desiderio, ma anche donna che desidera, soffre per un uomo che non la ama; Julio è un uomo solo che nasconde il suo bisogno di affetto dietro la ricerca di rapporti sessuali fugaci, magari rimediati in chat; Manuel è sposato, ma la vita matrimoniale sembra asfissiarlo in un vestito troppo stretto per i suoi desideri reconditi. Tre punti di vista differenti, tre sensibilità completamente diverse, la stessa – unica – notte.

Rodriguez propone la stessa nottata mostrandola attraverso gli occhi dei tre protagonisti, alternando colori e punti di vista, con il rischio di appesantire il film con qualche scena di troppo. Al regista il merito di una messa in scena che ad ogni modo colpisce nel segno, coinvolgendo lo spettatore nel vortice di eccessi dei tre amici. Neon, insegne luminose, i colori di una notte degli anni Duemila: quello di Alberto Rodriguez è uno dei film che ha lasciato maggiormente il segno nell’immaginario dell’ultimo Festival di Roma, grazie alla bellezza di Blanca Romero e alla sognante melodia di “Beneath the Rose”, firmata da Micah P. Hinson.

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Lessio


23/10/2009, ore 02:20

Ottavo e penultimo giorno di Festival. Soltanto un film visto quest’oggi, “Vision” (film tedesco della Von Trotta), per poter finalmente dire di aver visto tutti i film in concorso tranne purtroppo uno (ma non vi dirò quale). La giornata è stata caratterizzata dall’alone di leggenda di Meryl Streep, talmente meravigliosa da mettere in ombra anche i fratelli Coen (un po’ svogliati in conferenza stampa e molto schivi sul tappeto rosso). Di contorno, le urla isteriche delle fan di “Twilight”, molte delle quali si sono appollaiate al fianco del tappeto rosso per esaltare con gridolini qualunque cosa si muovesse sul tappeto rosso… Domani è tempo di premiazioni, in mattinata spazio al mio ultimo film di questo Festival (sarà il 26° film, record da maratoneta). Ed ora largo ai pronostici per la premiazione di domani.

PRONOSTICI

Premio Marc’Aurelio d’Oro della Giuria al miglior film: Broderskab
Premio Marc’Aurelio d’Argento della Giuria alla migliore attrice: Barbara Sukowa (Vision)
Premio Marc’Aurelio d’Argento della Giuria al migliore attore: Guillermo Toledo (After)
Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento: Dawson Isla 10
Premio Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film - BNL: L’uomo che verrà

I VOTI AI FILM IN CONCORSO

Broderskab 7,5
Dawson Isla 10 7,5
After 7+
Up in the air 7
Triage 6,5
L’uomo che verrà 6,5
Vision 6,5
Les Regrets 6,5
The Last station 6
Viola di mare 6
Alza la testa 6
Quingnian 5
Plan B 4

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Lessio


22/10/2009, ore 03:04

Di regola il settimo giorno dovrebbe essere il giorno del riposo, come direbbe qualcuno, ma il sottoscritto non sta di certo al Festival per riposarsi, e il settimo giorno l’ho quindi dedicato ad altri tre film, tra cui l’attesa premiere dei fratelli Coen (che saranno a Roma domani). Lentamente la rassegna romana spara i suoi ultimi colpi, i colleghi stilano le prime classifiche di preferenza, tutto sta pian piano scivolando verso il gran finale (con Meryl Streep). E il bilancio comincia ad essere migliore di quanto sembrasse alla vigilia.

BRODERSKAB [Concorso]: Film danese di Nicolo Donato, tra i migliori film in concorso, e qui mi permetto un azzardo: potrebbe vincere il Festival. Ci sono tutte le carte in regola per arrivare alla vittoria finale: una storia forte e intensa, attori in palla, una messa in scena adeguata. All’interno di un gruppo neonazista nasce l’amore tra due ragazzi: nel loro gruppo però l’omosessualità è condannata, e la vita dei due si farà ben presto complicata. Veramente un bel film, forse un po’ prevedibile in alcune sequenze, ma di certo uno dei migliori film visti finora in questa categoria.

MAMACHAS DEL RING [L’Altro Cinema/Extra]: Documentario boliviano di Betty Park su un gruppo di donne dedite al wrestling! Certo, non è Aronofsky, ma alcuni risvolti del film sono tragici abbastanza da ricordarci il povero Randy “The Ram”… Pensavo si trattasse di un documentario divertente, invece è molto drammatico e racconta uno spaccato indubbiamente interessante a proposito di una cultura della quale non sappiamo davvero nulla. Le wrestler in gonnella (anzi, in tipici abiti locali) appartengono ad una etnia particolare della Bolivia, ed è il loro orgoglio di native a spingerle in questa avventura. Ma quando la campionessa si troverà di fronte al bivio tra la lotta e la famiglia, la scelta sarà ad ogni modo un’enorme sofferenza. Un lavoro davvero valido, come ormai la categoria Extra ci ha abituati.

A SERIOUS MAN [Fuori Concorso]: Uno dei film più attesi di questo Festival, il ritorno dei fratelli Coen con una black comedy irresistibile, nel pieno dello stile dei due registi. Si tratta della storia di un professore ebreo in piena caduta libera: la moglie lo ha lasciato per un collega, i figli gli rubano i soldi, il fratello è un inetto perennemente nei guai, i suoi vicini lo odiano (ma non tutti…). In tutto ciò una serie di rabbini bizzarri ed un avvocato al quale chiedere consigli, ma la verità forse è in una canzone dei Jefferson Airplane… Meraviglioso inoltre il prologo in yiddish. Si ride parecchio, grazie alla tipica carrellata di personaggi particolari e un humour graffiante e mai banale. L’ennesimo classico nella filmografia dei Coen, da non perdere.

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Lessio


21/10/2009, ore 01:40

Siamo al sesto giorno, praticamente agli sgoccioli di questa quarta edizione del Festival, purtroppo o per fortuna. Oggi altri tre film, due dei quali in concorso, che ci permettono di cominciare a delineare qualche possibile pronostico per la vittoria, anche se rivelerò ufficialmente i miei cavalli vincenti soltanto a concorso concluso. La serata si è conclusa con una fotografia insieme al presidente della giuria, Milos Forman: magari non sarà un comportamento da adulto, ma una fotografia con il regista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è una soddisfazione personale.

DEAR LEMON LIMA [Alice nella città]: Dolcissimo film americano di Suzi Yoonnessi, con alcune trovate davvero divertenti e una colonna sonora molto azzeccata, che mi ha ricordato un po’ Yann Tiersen (casualità, appena uscito dalla sala dalle casse dell’Auditorium stavano trasmettendo proprio le musiche dell’autore francese, dalla colonna sonora di Amelie). Una ragazza di 14 anni si ritrova a dover fare i conti con un college dove non è proprio la numero 1 in popolarità. Insieme ad un gruppo di sfigati riuscirà comunque a trovare le risorse per crescere e farsi amare. Un film molto tenero, si fa voler bene, m’è piaciuto.

L’UOMO CHE VERRÀ [Concorso]: Il film di Giorgio Diritti racconta la strage di Marzabotto. Bene, c’è da dire che film come questi secondo me sono sempre importanti, affinché ciò che è successo non venga mai dimenticato, quindi ha il mio pieno rispetto. Ma c’è un però: in discorsi prettamente cinematografici la pellicola somiglia terribilmente a mille altre girate su quel periodo storico (in alcune scene si potrebbe quasi confondere con “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee) e non amo vedere sempre gli stessi film.

QINGNIAN [Concorso]: Tecnicamente non si potrebbe parlare di un buon film, girato in digitale, con una fotografia un po’ scadente e che nell’insieme dà l’impressione di essere un po’ disorganizzato, disorganico. Però va reso merito al regista Fan Xin di aver raccontato uno spaccato di periferia cinese, quella Cina che soffre, suda, lavora, fatica, stenta. Il film lascia intravedere un futuro poco roseo per i giovani protagonisti, troppo oppressati da problemi economici insormontabili, che li porterà verso strade anche tragiche. Ambientazione molto interessante, ma non è un film per tutti (ho visto molti spettatori abbandonare la sala, compreso Gabriele Muccino).

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